A short story about my great-grandmother

Pisa, February 1923

        After a week of wind and rain, the sun was finally shining over Pisa. Teodolinda looked outside the kitchen window and saw the terrace of her apartment full of sunlight.  For a moment she thought that everything on that terrace seemed to exist under a magnificent glow of glimmering light, under a soft, golden veil.

The kitchen had already been cleaned after the lunch she had served to her husband and her two kids, Bruna and Alberto. Teodolinda slowly walked towards the window, glanced outside, then looked back at the sink, the table, and the stove, making sure that everything was in perfect order.  Looking again towards the terrace, a slight smile began to blossom on her stern and serious face. 

This was the time of day that Teodolinda loved the most.  It was a moment of absolute serenity, rest, intimacy, understanding, and utter simplicity.  Perhaps, more than anything, this was a moment of affection, innocence, and playfulness.

Before opening the window, Teodolinda took off her apron and hung it in the closet next to the kitchen broom and mop.  She went out onto the terrace and grabbed an old black sweater that was hanging on a rusty hook.  Without worrying too much about her hair, she put on the sweater and covered her long skirt with an equally long black apron, this being much rougher and dirtier than the one she had just used in the kitchen.

Teodolinda took the wooden chair next to the window and opened a small gate made out of wood and metal mesh.  She carefully placed the chair in a corner, under a ray of sun.

“Gallo! Nerina! Bianchina!” she happily called with the voice of a loving mother. As soon as she sat down, first three, then four, then five, and finally six chickens arrived.  A white rooster with a majestic, deep red crest jumped onto her lap. She welcomed him like a mother welcomes her little, tired child in search of comfort and some cuddling.  Teodolinda began to pet the rooster and softly converse with him. 

​In that moment her sixteen-year-old daughter Bruna walked by the kitchen window and saw her mother sitting in the sun, inside the chicken coop that had been built in a corner of the terrace.  Teodolinda was surrounded by five chickens and had the white rooster right on her lap, her apron now covered with Gallo’s excretions.  She was radiant, happily petting the rooster, whispering affectionate words, looking at his eyes as if she were about to reveal to him great and intimate secrets.  Bruna looked at her mother and a wave of shame and repulsion ran through her entire body.  Why couldn’t her mother be like all the other mothers, like her friends’ mothers, like those who didn’t even have to cook because they had a full-time maid in their home? Why did her mother speak to chickens?

Teodolinda closed her eyes and raised her face towards the sun.  She felt the deep pleasure of the rays warming her skin and penetrating deep into her tired, old bones.  For a moment she imagined herself not on the fifth-floor terrace of a building in Pisa but in the garden of her family’s house in Perugia where she had played as a little girl.

As soon as the sun went away, Teodolinda opened her eyes, gave one last kiss to Gallo, a last tender caress to the chickens, then took the chair and put it back next to the kitchen window.  She took off the dirty apron and hung it once again on the rusty hook.  She went back inside the kitchen, closed the window behind her, and inspected the kitchen to make sure that everything was in order.  She then went into the living room where she sat to sew and repair the stockings and socks of her entire family, her face now serious and stern.  

Carolina Flaminia Perrone

Teodolinda

Un attimo di sole

Pisa, febbraio 1923.

Dopo una settimana di vento e di pioggia a Pisa era finalmente tornato il sole.  Teodolinda guardò fuori dalla finestra della cucina e il terrazzo sul quale si apriva era pieno di luce.  Per un attimo pensò che tutto su quelle mattonelle di terracotta sembrava essere coperto da un velo d’oro.  

La cucina era già stata rimessa a posto dopo il pranzo servito al marito e ai figli Bruna e Alberto.  Teodolinda si avviò verso la finestra e ancora una volta, prima di uscire sul terrazzo, diede uno sguardo intorno, come per assicurarsi che tutto fosse in perfetto ordine.  Guardando poi di nuovo il terrazzo, sul suo volto serio e severo apparve un accenno di sorriso.

Questo era il momento della giornata che amava di più.  Era un momento di assoluta serenità, riposo, complicità e profonda semplicità.  Forse, più di tutto, era per lei un momento di affetto, innocenza e gioco.

Prima di aprire la finestra, Teodolinda si tolse il grembiule da cucina e lo appese dentro l’armadio accanto alle scope e agli stracci.  Uscì poi sul terrazzo e prese una vecchia maglia nera attaccata ad un gancio tutto arrugginito. Senza curarsi troppo di spettinarsi i capelli, se la infilò e coprì la gonna con un vecchio grembiule, anche quello nero e molto più grezzo e sporco di quello che aveva appena indossato.  Teodolinda prese la sedia di legno che stava accanto alla finestra, aprì un cancellino in rete metallica e legno e mise la sedia in un angolo, dove batteva il sole.

“Gallo! Nerina! Giallina! Bianchina!” chiamò Teodolinda tutta contenta e con voce tenera da mamma innamorata.

Appena si sedette, arrivarono di corsa prima tre, poi quattro, cinque, infine sei galline.  Un gallo, tutto bianco e con la cresta alta e purpurea le saltò in braccio e lei lo accolse così come si accolgono i bambini più piccoli quando sono troppo stanchi e si attaccano alla gonna della mamma cercando tenerezza e coccole.  Teodolinda cominciò ad accarezzarlo e a parlargli sottovoce.

In quel momento la figlia sedicenne Bruna passò per la cucina e intravide la madre seduta al sole, dentro il pollaio costruito in un angolo del terrazzo, con cinque galline ai piedi e con il gallo bianco sulle ginocchia, il grembiule ora sporco degli escrementi di Gallo. Teodolinda, raggiante e felice, accarezzava il gallo, sussurrandogli parole affettuose, guardandolo negli occhi come se volesse rivelargli grandi ed intimi segreti.  Bruna guardò la madre e sentì nel suo corpo un’ondata di vergogna e schifo.  Perché non poteva essere come tutte le altre madri, come quelle delle sue amiche che neanche cucinavano perché avevano la cuoca a casa? Perché sua madre parlava con le galline?  

Teodolinda chiuse gli occhi e sollevò il volto verso il sole. Sentì il profondo piacere dei suoi raggi che le scaldavano la pelle e che piano piano penetravano nelle sue ossa stanche.  Per un momento riuscì a immaginare di non essere più sul terrazzo al quinto piano di una palazzina a Pisa, bensì nel giardino della casa di Perugia, dove aveva giocato da bambina.

Appena il sole se ne andò, Teodolinda aprì gli occhi, diede un ultimo bacio a Gallo, un’ultima carezza alle galline, poi prese la sedia e, uscendo, la rimise a posto fuori del pollaio, vicino alla finestra. Si tolse il grembiule sporco, lo riappese sul gancio arrugginito e rientrò a casa. Chiuse la finestra dietro di sé. Diede un’occhiata alla cucina come per assicurarsi che tutto fosse ancora in perfetto ordine e poi se ne andò in salotto dove avrebbe cucito e rammendato le calze e i calzini di tutta la famiglia. Il suo viso, ora, serio e severo.

– Carolina Flaminia Perrone

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